Lo sai che i papaveri…

Lo sai che i papaveri…

Nel linguaggio dei fiori, il Papavero è simbolo dell’orgoglio sopito, della consolazione, ma anche della semplicità.

Il Papavero – con la sua conformazione esile e con il suo colore acceso – germoglia in primavera tra le spighe di grano, come un fermaglio rosso tra i capelli di una principessa bionda… I Papaveri spuntano in luoghi diversificati, creando dettagli di veri e propri “allestimenti floreali” sui bordi di strade e ferrovie, oppure nei prati verdi puntinati di mille colori.

Il Papavero rosso è da sempre conosciuto per le sue proprietà sedative e antispasmodiche: è utilizzato come ingrediente per tisane che conciliano il sonno.
Il fiore è parente stretto del Papavero da oppio (Papaver somniferum) il quale contiene degli alcaloidi, che sono utilizzati in medicina come sedativi della tosse e a scopo antidolorifico.

La leggenda tramanda che una volta gli amanti usassero prendere in mano un petalo di Papavero e che, se stretto nel pugno scrocchiava, allora era segno di fedeltà verso il partner.

Nella mitologia è descritto come il fiore che ridonò pace a Demetra dopo la perdita del figlio, perché trovava sollievo solo bevendone degli infusi.

Anche il grande imperatore mongolo e condottiero Gengis Khan era legato ai Papaveri. Si narra che portasse sempre con sé dei semi di Papavero da spargere sui campi di battaglia dopo le sue vittorie, in ricordo e rispetto di coloro che vi erano caduti con onore.

Già gli egizi conoscevano le proprietà antidolorifiche di questo fiore, e i greci utilizzavano i semi in segno di salute e forza: infatti veniva preparato un infuso di semi di Papavero da far bere agli atleti prima delle gare.

Una dolce fiaba dello scrittore Marco Giussani, racconta la leggenda della nascita dei Papaveri.

La nascita del Papavero (Marco Giussani)

“In un tempo lontano, lontano,
accadde un giorno che il Sole,
mentre camminava attraverso la volta celeste,
cominciò a dolersi dicendo:
«Oh! Questi giorni d’estate sono così lunghi,
e nemmeno una nuvoletta che mi faccia compagnia;
in questi giorni il tempo sembra, non passare mai!»

Gli spiriti dell’aria che udirono le sue parole,
non sapendo cosa fare,
decisero di chiedere aiuto ai folletti dei boschi.
Questi si riunirono e discussero a lungo,
perché era veramente difficile
trovare qualcosa di così bello e sempre nuovo,
così da vincere la malinconia del sole.

Pensa e ripensa,
discuti e ridiscuti,
alla fine tutti si convinsero
che non c’era niente di più bello e vario dei fiori.
«Chiederemo alla terra
di inventare un nuovo fiore»
disse uno, ma il folletto più vecchio e saggio disse:

«Il fiore che doneremo al Sole,
in segno di ringraziamento,
dovrà essere un fiore speciale,
un fiore nuovo e mai visto,
dovrà nascere dai sogni di un bambino…»


Fu dunque deciso,
tutti partirono alla ricerca di fiori,
sognati, inventati, o disegnati dai bambini
di tutta la terra.

I giorni passarono
e dopo un lungo cercare,
si ritrovarono nel cuore del bosco.
Ognuno portava con sé
le immagini bellissime dei fiori
sognati dai bambini che avevano
incontrato nel loro peregrinare.

Erano fiori grandi e piccoli,
umili e sfarzosi,
fiori di carta o di seta,
fiori di cristallo
o di semplici fili d’erba intrecciati,
fiori d’oro o d’argento…
Ed era veramente difficile scegliere
il fiore più bello,
tanto che i folletti
cominciarono a discutere e a litigare
con gran chiasso tra di loro.

Ma ecco,
che la porta si aprì lentamente,
cigolando, nel silenzio improvviso
che regnò nel cuore della foresta:
nessuno dei folletti si era accorto
che il più piccolo di loro
non era ancora ritornato dal suo viaggio.
Lo videro entrare ancora affannato
e stanco per il lungo cammino,
e con sé, non aveva
che una piccolissima scatola.

Tutti lo osservarono con curiosità,
e pensando che tanta fatica
lo aveva portato
a quella scatolina insignificante,
scoppiarono in una fragorosa risata.
Ma il più vecchio e saggio,
li zittì,
chiedendo al piccolo Evelino,
di raccontare per primo la sua storia.

Ancora ansante e un poco intimorito,
Evelino cominciò il suo racconto:
«Ho viaggiato nei sogni dei bambini,
ed ogni volta credevo
di aver trovato il fiore più bello;
così lo raccoglievo e lo portavo con me.
Ma quando lo riponevo nel cesto
con gli altri fiori, rimanevo stupito
e guardando il cesto rimanevo incantato
e non sapevo più
riconoscere il più bello.
Così continuai a cercare,
e cercare ancora,
e il mio cesto fu presto colmo.

Decisi allora di ritornare,
quando un vento dispettoso venne
e cominciò a soffiare
e soffiare sempre più forte,
finché perduto il mio cammino,
turbinando mi portò con sé.
Quando la bufera si placò,
mi ritrovai nei pressi di una capanna,
sperduta tra i monti.
Qui viveva un bambino molto povero;
non aveva i soliti giocattoli
delle vetrine di città,
ma era ricco di fantasia
e ogni volta sapeva inventare o creare nuovi giochi,
usando sassi, fili d’erba
e pezzi di legno.

Lo vidi correre
e saltare nel suo piccolo regno,
quand’ecco trovò fra l’erba del prato
un foglio di carta leggera
che il vento aveva lasciato cadere.
Lo raccolse, lo porto in casa
e lo colorò con l’unico pastello che possedeva,
di un bel rosso vivo.
Ritagliò i petali delicati
e li cucì tra loro
con un sottile filo nero.
Ne nacque un fiore così bello,
come non ne avevo mai visto.

Lasciai in dono al bambino il cesto
con tutti i fiori raccolti,
e gli chiesi in cambio
quel suo unico fiore.»


Così dicendo il piccolo folletto
aprì la piccola scatola,
e alla vista di quel fiore,
tanto intenso quanto delicato,
tutti rimasero incantati.
Allora il più vecchio disse:
«Piccolo Evelino, hai scelto col cuore.
Il fiore che hai portato verrà dato alla Terra,
perché lo custodisca,
e possa farlo nascere.

Esso fiorirà nei campi di grano,
e tra le spighe selvatiche sul ciglio dei fossi;
mischierà il suo colore a quello del sole,
perché sempre si ricordi che nacque
per portare gioia e serenità


Quando poi il sole vide
il nuovo fiore rosseggiare tra le spighe dorate,
commosso per il dono ricevuto,
lo ricambiò donandogli la sua luce.

E ancora oggi,
nel tramonto delle sere d’estate,
i Papaveri, come fiammelle accese,
portano memoria
di quel tempo che fu.”

Fonte

www.eticamente.net

Maggio 2021